Il tema dei rapporti di coniugio e di divieto di partecipazione ai procedimenti per la chiamata dei professori universitari di prima e di seconda fascia impone qualche riflessione. La questione  è stato affrontata nella recente sentenza della Corte Costituzionale n. 78 del 2019.

La materia  cui è stata chiamata a decidere la Corte è se sia legittimo, vale a dire costituzionale, il dettato legislativo per cui il divieto di partecipazione ai procedimenti per la chiamata dei professori universitari di prima e di seconda fascia non si estende al coniuge. Si violano o no gli articoli 3 – 97 della Costituzione in punto di irragionevolezza, buon andamento ed imparzialità dell’azione amministrativa? Il giudice che solleva la questione richiama il ragionamento già esposto, per cui se il divieto comprende l’affinità - di cui il coniugio è presupposto – è abbastanza evidente che anche il rapporto di coniugio sia ricompreso nelle situazioni ostative. È logico che detta conclusione non poggia su argomenti letterali, ma è il frutto di un’interpretazione estensiva del testo normativo il quale, letteralmente, prevede il divieto solo per coloro che abbiano un grado di parentela o di affinità, fino al quarto grado compreso, con un professore appartenente al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata ovvero con il rettore, il direttore generale o un componente del consiglio di amministrazione dell'ateneo” (art. 18 comma 1 lettera b) della legge 30 dicembre 2010, n. 240).

Non ci si sofferma sulle argomentazioni del giudice rimettente che sostanzialmente richiamano quelle palesate nella sentenza TAR Toscana n. 350/2019. Tuttavia, lo stesso - in un passaggio cruciale - sostiene che “si tratterebbe di un indirizzo non consolidato, tale da non assurgere a diritto vivente, rispetto al quale sarebbe viceversa preminente la differenza tra coniugio e parentela, nonché tra coniugio e affinità.” 

Pur essendo il rapporto di coniugio presupposto di questa affinità, sostiene il rimettente come non sia possibile colmare la lacuna in via interpretativa, stante la tassatività della disposizione. Ebbene, la Corte ha sostanzialmente accolto la tesi che nega la possibilità dell'interpretazione estensiva e ritenuto infondate le prospettate questioni di legittimità costituzionale con queste argomentazioni: la legge n. 240/2010 ha inteso rafforzare le garanzie di imparzialità delle procedure e della scelta dell’amministrazione. Per tale motivo le situazioni “di rigida incandidabilità sono espressione di un bilanciamento fra il diritto di ogni cittadino a partecipare ai concorsi universitari e le ragioni dell’imparzialità”, tuttavia il coniugio richiede un “diverso bilanciamento”, che pone a fronte dell’imparzialità non solo il diritto a partecipare ai concorsi ma le ragioni dell’unità familiare, anch'esse costituzionalmente tutelate.

Peculiare è – dice la Corte – il vincolo matrimoniale rispetto ad altri rapporti di parentela, posto che si fonda su elemento volontaristico comportante diritti e doveri nascenti dalla normativa civilistica, e che spesso viene in essere a fronte di una relazione che nasce proprio nel contesto lavorativo. La differenza del rapporto di coniugio dagli altri rapporti parentali fa sì che, quindi, ragionevolmente sia trattato in modo diverso.

Ulteriormente, la norma generale sull'incompatibilità in materia concorsuale, vale a dire l’art 51 c.p.c., espressamente regola il coniugio, per cui, richiamando un antico brocardo lex, ubi voluit dixitubi noluit tacuit. La Corte conclude con un’osservazione non priva di pregio, e che fa meditare, affermando che “l’esigenza di preservare l’accesso alla carriera accademica da possibili condizionamenti è soddisfatta attraverso meccanismi diversi dalla drastica previsione dell'incandidabilità. Di contro, la parte sulla unitarietà della famiglia sembra poggiare su una difesa giuridicamente poco sostenibile.

La norma, dunque, è costituzionalmente legittima.

TAR Toscana, I, 6 febbraio 2019, n. 350 

Corte Costituzionale, 9 aprile 2019, n. 78 

MIUR, Nota 18 aprile 2019, n. 39420 


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